UMBERTO FRACCACRETA.
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AMORE E TERRA. POEMETTI. 1938-1939.
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1943. Guanda Editore, MODENA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito da Paolo Alberti e Catia Righi.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Indice.
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IL FIORE AZZURRO.
TERRA DI CARDI.
IL VOTO.
FIOR D'OLIVA.
IL CANTO NEL BOSCO.
IL PASTORE D'ABRUZZO.
I TRE CAVALLEGGIERI.
IL ROMANZATORE.
LA BALLATA DEL SIRE DELLA PUGLIA.
IL PLENILUNIO.
LA TARANTELLA.
SQUILLA DI CHIESA.
LUNA LOGORA.
LA GROTTA DEL CANE.
IL PIANTO NEL BOSCO.
L'OLIVETA.
L'ARATRO.
LA CAPINERA.
I COLONI.
IL NONNO.
IL LAGO.
LE TUE MANI.
IL TUO CUOR CANTAVA.
EPODO.
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FINE Indice.
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Dedica: A MANARA VALGIMIGLI.
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IL FIORE AZZURRO.
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Signora ella era d'un giardino chiuso
con basso muro fra sostegni e fili,
al disopra del tetto d'una casa;
d'un giardino proteso verso l'alto,
che di terra soltanto in giro aveva
strato di qualche palmo, quanto basti
a piccole radici; e pi di cielo
aveva, e pi di sole che dall'alba
fino al tramonto lo inondava tutto
di paglie d'oro: all'imbrunire, dentro
s'adagiava la notte col suo manto
di stelle. Per sei mesi, dall'aprile
al settembre, fioriva la selvetta
dalle foglie diafane e dai gambi
di corolle mirabili ingemmati;
per altrettanti mesi, dall'ottobre
al marzo, non mostrava che le nude
reti, qualche marcita stuoia, qualche
canna; e diaccia stagnava nelle conche
l'acqua, e vi si specchiava l'alta luna
in quel gelo. Dormiva per sei lunghi
mesi il giardino, n pi la signora
lo vegliava: pareva quasi un lembo
di terra abbandonata, il cui mistero
non era custodito che dagli astri.
Ma come si facevano pi miti
i venti che respirano sul mare,
lass una forma aerea risaliva
a interrogarli: all'aura palpitava
sulla carne la tunica leggera,
e avveniva il miracolo. Rimossa
e spianata di nuovo era la fredda
terra lunghesso il muro, riassestate
erano reti e canne. Si svegliava
il verziere dal torpido letargo,
e (quale meraviglia!) in lenta folla
di minuscole piante il fresco verde
tra i ricami dei fili rispuntava
rampicando, e gi qualche ciuffo aveva
il primo fiore in bocca. Tra le foglie
alitavan le mammole nascoste,
e di malia impregnata n'era l'aura
spirante intorno. Da improvvisi crosci
inzuppate, oscillavan le viole
tra lor soavemente bisbigliando;
e giacinti e mughetti e tulipani
e garofani ardevano di gioia,
come se per prodigio nella luce
il gesto della mano signorile
evocati li avesse tutti in coro,
su dal profondo nulla. Fra le reti
tinnivan le campanule azzurrine,
i bei sonagli della primavera,
e il tepore dei petali di neve
vi diffondeva il gelsomin di Spagna.
E la signora del giardino chiuso
trasognata ristava fra l'aiuole
e le graste; e la tunica di velo
un aroma di menta nuova aveva,
cos come odoravano di rosa
le sue mani viventi d'una quasi
arborea vita. Ma pur esse, a volte,
divenivan crudeli. Se vagando
si posavan sui calici a succhiarne
avidamente il polline le figlie
della grazia policrome vanesse,
oh no, non ne soffriva! Sorrideva,
in cuor dicendo: " forse violento;
ma  amore, e non uccide." Ma se invece
sbucar vedeva in viscido viluppo
e vermi e bruchi dalla grassa terra,
e insidiosi premer da scirocco
mosconi e calabroni, d'uno scatto
insorgeva a difendere le membra
delle sue creature: allor con acre
volutt, dentro il putrido carname,
divenuta inflessibil giustiziere,
ella affondava quelle stesse mani
viventi d'una quasi arborea vita,
le mani che odoravano di rosa.
Tra il murmure sommesso delle fronde,
qual verbena raggiante, la signora
viveva di sua ardente giovinezza
i dolci giorni. Le giungeva il flutto
delle campane, ed era il solo segno
della vita pulsante intorno; eppure
attutita era l'onda dalla spessa
cortina delle foglie. Dentro i vasi
c'era ancora il basilico ricciuto,
ma volgendosi lenta la stagione,
intristivan le rose, e sulla volta
rabescata del pensile verziere
tramontavano l'Orse e le sorelle
costellazioni, viaggiando intorno
al polo. Ancora un alito di qualche
tardo bocciuolo che si schiude appena,
e un'altra stella che si spegne. Cade
repentina la pioggia a larghi crosci,
e torna poi sereno; dagli intrichi
della rete si staccano le foglie,
a terra accumulandosi ingiallite:
nel sole, quale splendido tappeto
d'oro! Ma calpestarlo la signora
non osa: torna scuro, piove piove,
e al giardino sommerso dice addio.
Or la signora del giardino chiuso
abbasso si ritrae nelle sue stanze,
e dimentica pare: un nuovo fuoco
le accende le pupille. In quelle stanze
un'aria mite circola, un profumo
d'essenze quasi strano; forse in uno
solo rifuso aveva i tanti aromi
della terrestre vela che annegata
giaceva dentro l'acque buie, sotto
tutt'altre stelle: un qualche favoloso
miscuglio d'erbe e fiori. Nel silenzio
una musica piana da un congegno
misterioso le sue note effonde
in sordina. Pi bella  la signora:
gli ondulati capelli che la brezza
della celeste culla scompigliava
senza posa, ravviati in ale bionde,
del volto fanno emergere il perlaceo
ovale; il seno dalle punte erette
come a un respiro troppo forte freme
nell'aderente veste; gli occhi sotto
le lunghe ciglia appaiono pi caldi
che le brune viole, e nel riposo
le mani dalle affusolate dita
candide si rifanno come gigli.
Ci avveniva; ma donde la signora
attingesse quel nuovo succo, il nuovo
splendore che dai morbidi capelli
e dal flessuoso corpo s'adunava
raggiando dentro gli occhi, niuno mai
seppe. Sorella, amica innamorata
di quelle anime tenere, sembrava
che dalla loro essenza l'energia
cos ricca di fascino traesse:
la levit dei petali, la grazia
delle corolle, l'agile freschezza
delle foglie. Pareva che una volta
e sempre pi, morendo, quel giardino
avesse in lei soltanto, nella sua
magnifica signora, la possente
vita trasfusa, perch al malioso
richiamo degli zefiri e degli astri,
margherita stellante come un sole,
poi risorgesse. L'urna d'un sepolto
tesoro, d'una indistruttibil forza
vegetale, pareva dunque quella
aerea forma che spariva ogni anno
con le foglie e con esse riappariva:
l'anfora della risorgente vita
pareva l'incantevole signora.
Pareva, ma non era. Nel verziere
lei, lei la donna amante e riamata
un mirabile sogno a tutti ignoto
seppelliva, che s'alternava d'ansie
e spasimi, d'ebrezze e gioie, e infine
di mortale abbandono: il folle amore
a cui s'era legata, con arcano
vincolo, la sua vita. Divorata
era l'anima intera dalla fiamma
invincibile, come lo era il corpo,
il suo giovine corpo, dal celato
cupo ardore. Sapevano i disciolti
capelli i baci fitti quale pioggia
alla radice; i baci lunghi a modo
di suggello sapeva la dischiusa
bocca; sotto l'inestinguibil sete
sapevano le palpebre abbassarsi,
la freschezza nel bacio assaporando
labbra e pupille. Niuna forma ignota
restava all'inesausta bramosia,
esasperata ormai dalla certezza
del novello abbandono. Folle canto
era sulle congiunte bocche, canto
d'amore che al ritorno dei caldi astri
moriva nel singhiozzo dell'addio.
L'abbandonata amante al bel verziere
tornava come al confidente amico,
custode del dolcissimo segreto,
ragione di sua vita. I semi bene
scelti spargeva nel vivaio, e, quando
eran gi nate le piantine, presto
le belle trapiantava, e le vedeva
dischiudersi nel cuore a foglia a foglia,
e, chiamandole a nome, le sfiorava
con delicate mani. Ma fra tanti
affetti, ad una sola i bei pensieri
riserbava, e pareva che col fiato
volesse darle vita: strana pianta
di cui nessuno mai conobbe il nome.
Dei granelli raccolti dal caduto
fiore e rinchiusi a chiave nello scrigno,
sol uno, per miracolo, arrivava
alla vita! Cos per anno in anno
quell'unica piantina, messa in vaso,
cresceva lenta lenta, e le sue foglie
in forma di carciofo dilatava,
foglie verdi d'un tenero pisello,
di bianco orlate, larghe, con in punta,
rossa quasi di sangue fosse intrisa,
una spina. Cresceva la diletta
lungo l'aprile, e il maggio la trovava,
tra pervinche e begonie, con lo stelo
aperto in cima. Oh niuno vide mai
tal spettacolo in terra: un fiore aprirsi
alla luce! Trascende umano senso;
n mai lo vide l'amorosa donna,
sebbene in tutte l'ore non cessasse
di vezzeggiarlo. Un attimo, e non visto,
ecco, il misterioso fior s'apriva
con il calice azzurro come il cielo.
Sempre un affanno cupo angustiava
la signora: l'effimera esistenza
dello splendido fiore azzurro. Paga
ella non era fino a quando il fiore,
cessando di cantare al sole, al vento,
dalle esangui sue labbra non lasciasse
cadere il prezioso seme. Oh allora,
soltanto allora dal profondo grembo
traeva, sollevata, il suo respiro,
a lungo oppresso. Per un nuovo ciclo
assicurata al fiore dei suoi occhi
era la vita, oh la miracolosa
vita fatta di nulla!, e la vitalba
per un altro anno avvolgerlo poteva
nella flessuosa trama delle dita.
Or questo accadde un anno, l'ultimo anno,
alla signora del giardino chiuso.
Ella nel marzo risal le scale,
ma a fatica: sembrava che i suoi occhi
avesser pianto, tanto! Sulle guance
pallide aveva delle lievi impronte:
s'eran forse sfogliate delle rose
sovra il molle origliere? Vacillante
apparve nella luce: il biondo sole
le palpebre arrossate e piene d'ombra
con aghi le feriva; e il mite soffio
dei venti che respirano sul mare
gioia non dava al soffocato seno,
alla chioma disfatta, a tutto il corpo
che ancor sentiva freddo nella sua
tunica greve. L'evocata amica
ella a lungo guardava: strano sguardo
d'occhi affannati, tristi! Parve un giorno
che la pianta dal fiore azzurro stesse
per morire: avvizzite eran le foglie
e sentivan di muffa. Senza pace,
sal di notte, d'imminente fine
quasi presaga: un lurido lombrico
nel vivo cuore aveva attenagliata
la velenosa morsa. Con un grido
di terrore, la fetida sua polpa
schiacciata venne dall'assottigliate
dita; e rapide stille di rugiada,
non dalle ciglia della nera notte,
caddero sulla pianta quasi morta.
Consolata da quelle calde gocce,
la piantina rinvenne e si rifece
presto nei giorni vari d'acqua e sole
dell'aprile. Sorelle aveva e rose
e salvie che sbocciar doveano a maggio;
ma regina pareva fosse quivi,
com'era dentro il cuore della donna
che, non di labbra in tenero colloquio,
per ore e ore l sostava. Il cielo
le prime voci empiron delle nuove
rondini, e i primi voli in largo giro:
l'affannosa ricerca delle mamme
che vanno edificando ai rondinotti
l'acconcio nido. Parve alla signora
che un senso ignoto della vita in lei
or si facesse lume. Alla grondaia
di fronte sempre pi affollarsi vide
l'ali veloci, e un pigolio avvertiva
di fra insolite strida. Un pi possente
miracolo d'amore l di fronte,
sotto i suoi occhi estatici, vedeva
compiersi; e sulla propria gronda offerse
fuscelli paglie foglie, e miche bianche
che parevan di sale. Tutta in ansia
era la donna avanti a tanta calda
onda di vita che, di giorno in giorno
pi intensa diventando, le afferrava
le viscere. E le rondini i fuscelli
e le miche, con frulli e frulli, seco
trassero nella ben costrutta casa.
In un'alba di maggio il fior si schiuse,
ivi regnando solo: fu uno squillo
il suo canto, e il suo calice fu un fiocco
di cielo in terra. Vide l'errabonda
rondine quella meraviglia, e ratta,
per la gioia dei piccoli suoi nati,
la colse, inesorabilmente. A morte
la donna fu ferita, e pianse e cadde
riversa: fra le lagrime ondeggiava
il fiore azzurro pendulo dal nido.
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TERRA DI CARDI.
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Un calpesto di zoccoli ferrati
varca nella penombra della sera:
passa la ronda per la curva strada
che nel basso ritaglia la montagna.
Torna la ronda a passo lento, stanco,
e al tonfo sordo scricchiola la ghiaia:
son tre lucerne armate di moschetto,
e le redini stringon nel mantello.
Sale a destra la macchia solitaria
di balza in balza l'arce del Gargano,
e la prima ombra assorbe della notte:
sfuma e si perde a manca il Tavoliere
avvolto in una violacea coltre.
Cavalca la pattuglia a briglia lenta,
e all'alta costa guarda, tiene gli occhi
rattenendo il respiro; ma pi forte
sbruffan le froge secche, ma pi nette
risuonano le peste sulla ghiaia.
Dal terso cielo spandono le stelle
le loro calde gocce di rugiada,
luci d'oro nell'ombra, sulla terra
infida, sulla macchia che dall'alto
di rosta in rosta con neri occhi guata.
"Terra di cardi, ah terra maledetta
fitta come un pugnale avvelenato
nel cuore della Puglia! Ah se bruciare
potesse la tua vecchia rogna, dove
s'ascondono l'agguato e la minaccia:
i tuoi serpi arderebbero nel vivo
fuoco colato in rivoli di sangue!
Al posto dello stecco, il nuovo fusto
crescerebbe, e sul nuovo fusto il fiore;
e l'uomo alla fatica incurverebbe
sicuro il dorso, mentre il lento gregge,
lungi tranquillo errando, il dolce suono
dei suoi campani dondola nell'aria.
Ma no, il tuo cardo s'erge come lama
di scarpa in scarpa, come ardita lama
con una chiazza rossa sulla punta:
chi vi sbuca  malvagio, e come serpe
striscia striscia n lacera suoi panni;
ma chi vi passa incauto, sul tuo taglio
i brani lascia delle proprie carni.
Ah terra maledetta, qual pugnale
sei confitta nel cuore della Puglia!"
Passa la ronda e lenta s'allontana
rotolando gli zoccoli ferrati:
occhieggiano da lungi i primi lumi,
i fiochi lumi delle prime case,
e scioglie i cuori un cantico di culla.
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IL VOTO.
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Quando il padrone della mala terra
venne in paese a prendersi la sposa
Elisabetta, c'eran pani e caci
di Pasqua sulla mensa. Sul dipinto
carro, disposte gi le masserizie,
salir doveva: bianca in viso e bionda
nei capelli, odorava come un giglio.
E il vecchio padre: "L'unico sorriso
della vedova casa tu mi togli;
della tua terra la benedizione
esso sia dunque! Dolce Elisabetta,
t'ho dato i panni e le reliquie sante
della povera mamma; nelle mani
t'ho messo la fiorita palma e il cero
di Candelora: sia di gioie piena
la tua giornata, e buona nella sacra
chiarit della mistica candela
sia l'ultima tua sera; ed ora addio!"
Elisabetta, andando, vide l'erbe
tutte stillanti, nel mattin di maggio,
di grosse perle, e non sapeva come,
ch pur essa n'aveva che dagli occhi
scivolavan sul volto. Quando apparve
la chiesa solitaria sul tratturo,
scese la sposa: innanzi al nudo altare
cadde in ginocchio, e sollevando il capo
preg: "Madonna bella, senza mamma
io venni al mondo, e fosti tu soltanto
la mia mamma. Per sposo m'hai tu dato
un uomo ch' padrone d'una terra
assai trista, il cui nome fa paura:
 la terra dei cardi, e tu mi mandi,
me pecorella di Ges, in un branco
di lupi! E sia, se tu vuoi che dal male
venga il bene. O Madonna, con la destra
che sorregge la palma dell'olivo,
tu benedici i campi, e la Madonna
dell'Oliveta il popolo ti chiama:
or ch'io parli al suo cuore, e dall'amaro
e vile cardo nasca alfin la pianta
di cui tu porti il nome; e sia redenta
la terra al raggio della bella palma
ch' simbolo di pace! E se dal mio
grembo una creatura esca alla luce,
Oliveta, Oliveta, o mia Madonna,
sar il suo nome." E pianse per la via
silenziose lagrime, ch a fianco
c'era il suo uomo. Apparve la collina,
e al posto dei coltelli essa non vide
che argentei fusti come candelabri.
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FIOR D'OLIVA.
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Il cielo, che inondava e case e terre,
veleggiava sereno, e fu nei cuori:
quanti fioretti e cardellini in festa
intorno a quelle basse mura! A un palmo
discosto, si rizzavan cardi e cardi,
i tremendi coltelli ancor pi alti
che il lor padrone: punto ne fu l'uomo,
e colmo d'ira dalla tasca trasse
un'affilata lama, e a destra a manca
inizi la strage. Per buon pezzo,
con aspri colpi battagli da forte:
di sangue, nella lotta, erano asperse
le sue braccia. Non vinto, alla dimane,
per altri giorni ancora e non da solo
torn: per terra e per un tiro d'arco
riverso cadde l'ispido fogliame,
e dal fogliame rimarcito apparve,
di passo in passo, tremolante ai nuovi
aghi del sole, il cespo dell'olivo.
Stette la donna, vide e quasi pianse
dalla gioia: chinossi sulla pianta,
e una voce sent che mormorava 
"Oliveta!" E dinanzi agli occhi accesi
la visione ella ebbe d'una fitta
selva d'olivi sorta per incanto
dalla terra, da quella mala terra
che per anni, per secoli all'attesa
dell'uomo non aveva altro mai offerto
che il cardo amaro. Un'onda le commosse
le viscere, e di l ad un anno nacque
la bimba che portar doveva il nome
promesso il giorno che da sposa venne
al solitario altare. Ma assai breve
era il circolo della vita: nacque
la bimba, e ne mor la mamma ancora
una volta. Era il giorno dell'Ascensa,
e fu accesa la mistica candela:
sbiancata dalla morte era la madre,
e nella zana rustica di quercia,
a fianco, come un bel campanellino,
il fior d'oliva gi squillava intorno
non alla morte che distrutto aveva
il biondo giglio, ma bens alla vita.
Di sasso si rifece l'uomo, e parve
risospinto nel male dal dolore:
il fiorel bruno tese il gambo, e chiara
albeggi la foresta degli olivi
con gli alti candelabri; ma l'amaro
cardo aveva lasciato a quella terra
ormai il retaggio del suo tristo nome.
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IL CANTO NEL BOSCO.
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Fra gli asparagi salsi e l'amarasche
il fior selvaggio crebbe, e sovra il capo
tutta varia di tremuli arabeschi
stormiva la selvetta degli olivi
con le foglie novelle; e il profumato
bosco, che a primavera s'ammantava
di folto muschio, come una soave
cimba accoglieva il fiore nel suo grembo.
Ella ascoltava l'agil cardellino,
e se un gorgheggio udiva, rispondeva
con un gorgheggio, un trillo con un trillo,
un grido con un grido. Creatura
boschereccia, correndo, s'impigliava
fra i rami, fra i cespugli, riportando
trecce e vesti di petali fiorite
e bacche e coriandoli. Ed ogni erba
conosceva e, affondandovi le mani,
le ritraeva pregne di silvestre
aroma e gocciolanti di rugiada;
pi forte ne sentiva la malia,
quando i lor freschi steli assaporava
l'avida bocca. Primitiva forma
ella pareva, un essere virente
nella luce del bosco, in favoloso
connubio espresso dalla madre terra.
Visse la cingallegra della selva
la musica dei venti, delle foglie,
dei cieli; visse l'armonia siderea,
finch una sera, dolce come un'eco,
non le rispose un altro canto. Tacque
la passeretta in cuor turbata: il canto
pareva che sgorgasse dalla prima
stella, in basso; poi ruppe sull'acacia
tra fiore e foglia, e rincalz sublime
gorgheggi e trilli. Mai la passeretta
fino a quel giorno aveva in cuor sentito
una tal piena: in quell'eccelse note
tremava s grande ansia, ch'ella n'ebbe
rotto il respiro. "Forse, ella diceva,
 l'usignuolo." Stette pi in ascolto,
ma la nota, d'un tratto, come rotta
si spense. Fra alaterni, terebinti
e caprifogli non sent pi intorno
che aspre, stridule voci: greve pausa
di sere e giorni. Colma di tristezza,
la passeretta diede un trillo acuto:
come un fiore lanciato in aria, a volo
in aria fu ripreso: un nuovo squillo
s'alz nel cielo come un getto d'acqua,
e non vi fu nel bosco che un sol canto.
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IL PASTORE D'ABRUZZO.
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Alla terra dei cardi dall'Abruzzo
con un gruppo di vacche era venuto
il bel pastore: come un vinco schietto
era agile e sottile, e aveva accanto
un grosso cane che scodinzolava
a festa, intorno. S'eran fatte brune
l'olive punte dalle prime nebbie,
e con le sacche all'albereta insieme
mossero: a terra videro, al disotto
d'ogni pianta, un tappeto di s grosse
olive che parevano castagne;
e Oliveta gli disse: "Dimmi, dunque,
della tua terra, o Gildo; sconosciuta
 alla gente di Puglia, ch giammai
accadde che di qui movesse alcuno
verso le vostre sedi; ma, al contrario,
siete voi che venite gi d'Abruzzo,
dalla notte dei secoli, a svernare
qui insieme cogli armenti. Dimmi, dimmi
s'egli  vero che, scesa la montagna,
la montagna che luccica di neve,
se  vero che il tratturo si fa sabbia,
e cala dolcemente lungo il mare."
E Gildo: "Quando l'ultima giogaia
si disserra davanti agli occhi, allora
come una spada emerge l'Adriatico:
 una lucida spada che pian piano,
come noi si discende, pi s'allarga
e poi diventa azzurra come il cielo.
Un'aria mite ci accarezza il viso,
mentre alle spalle  gelo; sotto i piedi
un soffice tappeto si distende,
tutto di scaglie d'oro, e negli orecchi
ronzio d'api ci giunge che poi sempre
pi rinforza, rinforza come selva
spessa di foglie che si muova al vento.
Quando s'arriva al mare, il nostro branco
va lento, e lento dondola i campani,
e cantano i pastori, e il loro canto
 una preghiera. Ah perch noi si piange,
alla vista del mare?" Tacque Gildo
quasi ansante, e Oliveta: "Dimmi, dimmi,
cos' il mare? Di cosa grande, immensa
non si dice ch' grande come il mare?
non si dice ch' bello, quando  calmo,
e che invece  terribile, se infuria?
Oh dimmi, dimmi dunque cos' il mare!"
Erano a pi d'un folto caprifoglio,
ed egli al cuor la strinse susurrando:
"Oliveta, Oliveta, il mare  amore!"
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I TRE CAVALLEGGIERI.
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Alla terra dei cardi, a tardo vespro,
volteggiarono tre cavalleggieri:
eran belli i cavalli e tutti ornati
di luccicanti borchie: erano torvi
in viso, e gonfi d'abiti e mantelli
i tre padroni, e chiesero ricetto
per la notte. Di loro avevan lunga
barba grigia soltanto due, gli anziani,
il terzo aveva invece baffi biondi;
e pugnali e pistole alle panciere.
Venne fuori il padrone della terra,
n'ebbe dispetto, ma si fece innanzi
ad inchinarli: "Siate i benvenuti
nelle mie case", e diede loro ospizio.
Nitriron nelle stalle i tre cavalli,
pestando forte, quando venne sparsa
l'avena con la paglia, e scoppi viva
la fiamma rossa dentro il focolare
dalla legna di resina odorosa:
ben rosolati furono i capretti
al giro dello spiedo, e di buon vino
bianco riempite le caraffe. Intorno,
guardinga, affaccendavasi Oliveta;
con occhi lustri il giovin la guardava,
di traverso spiavano gli anziani,
e pronta fu la cena. Al buon sapore
delle carni s'aprirono i precordi,
e al rivolo del vino l'assetate
ugole, e poi si sciolse la parola.
Scand fermo un anziano: "L'accoglienza
che tu ci fai stasera nella vecchia
terra dei cardi, assai ci piace: grati
te ne siamo, compagno. Un'amicizia
qual  la nostra o si rinsalda ancora,
oppure si respinge. Tempo  questo
di sceglier dunque, se pur lo consente
il comune passato. A rinsaldare
i vincoli, pel giovin ti chiediamo
la mano d'Oliveta. In casa tua
tre giorni passeremo a riposarci."
E il padrone: "Sapete quanto apprezzi
l'amicizia, e se voglia rafforzarla
col parentato, or che son fatto vecchio;
ma ancora troppo tenera  Oliveta:
con l'alberelle lei m' nata, quando
mor la mamma: fate che compisca
almeno i suoi vent'anni!" La parola
fu vinta dall'affanno: stretti i pugni,
di traverso guardaronsi gli anziani,
con occhi lustri il giovine taceva.
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IL ROMANZATORE.
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Squill una voce dalla curva strada,
seguita da uno strappo di chitarra:
"Un suonatore viene dal cancello",
annunzi Oliveta, e gli si fece
presto incontro per schiudergli la porta.
Vecchio non era: aveva smunte guance,
occhi incavati e vivi, e frusto assai
il mantello. "Salute all'eccellenze
vostre, signori, e a te salute, o bella,
che s gentile ti dimostri", disse
il cantastorie. "Siate il benvenuto",
risposero a una voce, e presto in giro
agli ospiti e ai padroni, dalle case
e dalle stalle, accorsero i pastori.
E il padrone: "Molt'anni son passati,
dacch non ti s'ascolta; ma la fama
del tuo canto, di bocca in bocca, vola:
cantaci la pi bella tua romanza."
Ed ei rispose: "Buona hai la memoria:
molt'anni son passati. Questa terra
aveva ancora i cardi infissi al suolo,
ed ora ha l'alberelle dell'olivo,
sicch chiamare la potresti a giusta
ragione l'Oliveta; e questo torna
al tuo pi alto onore, perch l'opra
di redenzione fu soltanto il frutto
di tua fatica. Quando da te venni,
moglie tu avevi bianca e bionda come
un giglio d'oro, e aveva un nome dolce,
Elisabetta, ed ella un giorno affabile
fu al cantore. Tu scoppi in pianto, figlia;
ebbene, ora rasciugati i begli occhi,
e mi perdona! Statemi a sentire,
voi dunque, se volete ch'io vi canti
di tutte la pi bella mia romanza."
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LA BALLATA DEL SIRE DELLA PUGLIA.
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Nell'anno milleduecentocinquanta
 morto Federico imperatore:
pianse la Puglia daunia tutta quanta
il bel romano sire, suo signore;
l'altra Puglia lo pianse e la Sicilia,
dal mar supero fino all'altro mar,
e il flutto della lugubre vigilia
rocche e contado venne ad annegar.
All'autunnale nebbia d'un mattino
era riapparso il sire nella piana,
e volse per Castello Fiorentino,
dolce nido di canti in Capitana.
Pass per Foggia, sede imperiale,
l'alta Lucera rimir da gi:
n la moschea al pallore suo mortale,
n ormai la caccia sorrideagli pi.
All'ingresso dell'sile maniero
come rizzati scorse i gran pavesi,
ebbe uno schianto: ancora prigioniero
era re Enzo in mano ai bolognesi!
Un capo biondo accenna dall'altana,
e i mesti accordi dalla torre invia:
"Va, canzonetta, in magna Capitana,
l dov' lo mio core nott'e dia."
Grigio e stanco, rinchiuso nel castello,
la profezia a se stesso ricord:
"Nel palagio del Fiore avr l'avello,
avanti all'uscio ferreo qui morr."
Raccolti i suoi fedeli intorno al letto,
ei divise gli stati dell'impero,
e Bianca Lancia nel figliuol diletto
pallida vide d'un vestito nero;
e nel nome del Cristo che perdona
benedicendo i sudditi mor,
e ingemmato di scettro e di corona
dal funebre maniero quindi usc.
Per le citt e terre della Puglia
parate a lutto incedono le schiere;
propaga il vento su di guglia in guglia
suon di bronzi, garriti di bandiere:
al patrio suol normanno fra i vessilli
l'aquila sveva a volo basso va;
vibrano sulla piana lunghi squilli,
ma la caccia al cinghiale non  gi.
Precipitan le peste delle scorte
lungi innanzi al convoglio funerale;
la calca si riversa dalle porte,
riluce qualche mitria col piviale;
e, fermo l'alto carro in sulla via,
chiama a gran voce il popolo il suo sir:
"Con l'aquila la croce stretta sia,
vogliamo al nuovo Cesare obbedir."
Nell'anno milleduecentocinquanta
si spegne Federico imperatore,
e la gente di Puglia tutta quanta
piange il romano sire, suo signore.
Di Taranto alla tremula marina
veleggia il sire per il ionio mar;
gi nel siculo tempio la divina
pace ormai egli scende a ritrovar.
Fin nel gran silenzio la romanza
il cantastorie: musica di corde,
accordo di strumento non aveva
accompagnato il moto delle labbra,
e tacque e cadde in estasi. Levati
s'erano in piedi i tre cavalleggieri,
inginocchiati gli uomini dintorno,
e come un soffio gelido sul loro
capo pass: slargati i bassi muri,
sprofondate le volte, s'apr l'arce
del diruto castello: dentro l'aula
furon fiaccole funebri le luci,
e nel mezzo, su tumulo di bronzo,
ornato di corona e scettro apparve,
cereo nel viso, il sire della Puglia.
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IL PLENILUNIO.
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Al terzo giorno i tre cavalleggieri
approntaron le selle verso il vespro:
biada abbondante diedero alle bestie,
e a lungo ne palparono le groppe,
sostando nelle stalle, passeggiando
presso i cancelli: si scambiavan cenni
coi soli occhi, lisciandosi i mustacchi,
ognora muti e con le labbra strette,
come negli altri giorni. Ma accasciato
era il vecchio padrone, e stanco e come
oppresso da un presagio; e pure triste
era Oliveta, il bruno fior d'oliva:
nel sospetto, guardaron fissi e fermi,
senza paura, gli occhi prima erranti;
ed ella volle che il romanzatore
ancora rimanesse in quelle mura,
l'anima con la voce e con le note
consolando. Nel puro vespro, lente
dalla collina scesero le vacche,
e per abbeverarsi al Candelaro
mugghiando ripassarono davanti
alle case e, pasciute, ben pi grasse
parvero e, molte, gravide. Di cupa
brama riarsero i tre cavalleggieri,
e, ammiccando, scambiaronsi con gli occhi
la parola. Torn serrato il branco:
la luna piena s'affacciava rossa
sulla selvetta degli olivi, e presto
di dentro crepitarono le fiamme
dal ginepro. Sentiva la campagna,
a marzo, il soffio della primavera,
e, nell'aperto, coi caldai ripieni
di pancotto fumante e ben condito,
s'assisero i garzoni; e, scivolando
fra di loro, Oliveta fresco cacio
venne con bella grazia a offrire, e poi
rigir con la boccia e col bicchiere:
alto ruppe il clamore. Fra la gioia
scocc l'arpeggiatore degli accordi,
e fu un sol grido: "Ors, la tarantella;
Gildo e Oliveta, ors la tarantella!"
Spinti nel mezzo, accesi in volto, folli
turbinarono al suono delle nacchere,
mentre il romanzatore, chiusi gli occhi,
con la chitarra accompagnava il canto.
...
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LA TARANTELLA.
...
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...
Se la luna  alla foresta,
le ricama nuova vesta;
e la vesta che ricama
 d'argento buona trama;
e d'argento fino e d'oro
la tess per un tesoro,
e il tesoro  la mia bella,
tarantella tarantella.
Tarantella mia pugliese,
dolce assai  la lugliese:
la prima uva che matura
non  rossa, non  scura;
al gran sole si fa bionda,
ed ingrossa tonda tonda;
ma pi dolce  la mia bella,
tarantella tarantella.
Oil oil,
or si mette in faccia a me;
oil oil,
tarantella baller;
e ballando intorno intorno,
spunter nel cielo il giorno.
.
 venuta la stagione,
che la giovine al balcone
attillata e ripulita
si prepara a far la zita;
ma la zita che a dispetto
una rosa mette in petto,
non  questa la mia bella,
tarantella tarantella.
Tarantella mia pugliese,
vado in giro pel paese;
da una casa all'altra muovo,
ma in paese non la trovo;
me ne vado alla campagna,
un gorgheggio il cuor mi bagna:
ha cantato la mia bella,
tarantella tarantella.
Oil oil,
la promessa ha fatto a me;
oil oil,
il mio anello prender;
con l'anello messo al dito,
tiene il segno del marito.
.
Io t'invito e ti rigiro
e la fresca bocca miro,
la tua bocca inzuccherata,
la vitina tua di fata;
mi sprofondo nei tuoi occhi,
e cascando sui ginocchi
mi trascino alla mia bella,
tarantella tarantella.
Tarantella mia pugliese,
 venuto un abruzzese:
la pastura sua montana
ha cambiato per la piana;
rispettando la sua legge
ha con seco tratto il gregge,
e ha trovato qui la bella,
tarantella tarantella.
Oil oil,
il pastore via con s
oili oil,
la sua bella porter;
ch provvisto d'oro e panni
sposer per San Giovanni.
Oili oil,
qui la gente intorno a me
oil oil,
tarantella canter.
Nella penombra i tre cavalleggieri
dai loro occhi sprizzarono scintille
d'odio e rabbia: su in staffa, con la luna
e a passo fra le macchie di lentisco
partirono, torcendosi la barba.
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SQUILLA DI CHIESA.
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...
Il chiaro della luna che la notte
inargentava l'erbe della costa,
pareva che rappreso il giorno dopo
si fosse in molli petali di neve;
e incominci il corteggio dei colori:
viola con la malva e il ciclamino,
azzurro con la menta piperita
e la melissa, crema con l'issopo,
la salvia, il timo e il tenero narciso,
con la giunchiglia argentea e la rosata
radichiella; e cantaron l'erbe in coro,
ebre d'acqua e di sole. Alla selvetta
risaliva Oliveta, con al fianco
la pecorella monachina, e il suono
del piccolo campano aveva un timbro
che sentiva di chiesa. Giunse Gildo,
e a lui s'apr Oliveta: "Non amici
a me parvero i tre cavalleggieri:
qualcosa di sinistro avean nell'occhio,
e forse per proporre patti, oppure
qualche turpe mercato a questa antica
terra dei cardi vennero. E coperti
di pugnali e pistole alle panciere,
in ascolto parevan della strada.
Di me paura non mi tiene, Gildo,
ch di dolce, selvaggia, all'occorrenza
io divenir potrei; ma gran paura
ho di mio padre da un antico affanno
afflitto, delle mucche e di te pure..."
E Gildo: "O mia Oliveta, no, paura
aver non devi fino a quando teco
io sar quivi, giovine e ben forte,
a difendervi tutti. Orbene, scendi
con la tua monachina, vieni a casa
con la pezzata pecorella, e sposo
a te promesso dalla stessa bocca
del padre tuo mi sentirai. Qui sovra
a te mi manda l'uom dal cuore d'oro,
che per farci felici il cielo volle
spedire a queste case." Nel ritorno,
vivo il bronzo squill del campanello
appeso al collo della monachina,
e parve ad Oliveta che a quel suono
di chiesa le tremassero i ginocchi,
come a Pasqua di rose, che si covre
di petali l'altare. Quando l'ora
arriv del congedo, un bacio in fronte
diede il romanzatore ai due promessi,
e via con la chitarra ad armacollo.
Ella in aria agit la mano, e pianse.
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LUNA LOGORA.
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Sempre pi tardi sorse da levante
la luna dal color di zafferano;
al varco l'aspettavano ogni sera
gl'innamorati, avanti alle lor case:
s'affievoliva il raggio e pi sottile
diveniva la falce. E sospirava
cos Oliveta: "Ancora per qualche altra
notte, perch sarebbe troppo tardi,
e tu devi svegliarti alla mattina,
o Gildo, quando il gallo canta. Dopo,
anche la luna cesser d'alzarsi,
e sar buio in terra e pure in cielo,
ch fioche son le stelle. Rassegnarmi
io forse non potr senza quel lume
che fu il mio primo confidente, e vide
il nostro amore, e vide noi ravvolti
come in un'alba tremula, per sere
e sere. E una domanda sulle labbra
mi viene: quando il nuovo plenilunio,
quello d'aprile, salir nel cielo,
meco ancora sarai; ma verr maggio,
e le vacche col muso tra le sbarre,
dall'afa oppresse, il gesto invocheranno
che le sciolga, e dia libero passaggio
pel tratturo. E con esse l'amor mio
lascer questa terra arsa dal sole,
in riva al mare lascer i ricordi,
teso il sospiro alla montagna verde
smeraldo. E una domanda sulle labbra
mi trema: al novilunio dell'autunno,
alla sposa intristita nell'attesa
fra l'erbe secche e il sole violento,
dalla montagna torner l'amore?
e se tornato, pi non la trovasse?"
E Gildo: "Se m' forza rimenare
il branco alla montagna, nell'ottobre
con passo saldo rifar la strada
verso la piana. Balzer in tumulto
il cuore, appena in vista di Cupello
scovrir il mare; e quando alla marina
coi piedi strisceremo sulla sabbia,
e i compagni pastori col cappello
in mano intoneranno la preghiera,
nella certezza di trovarti e alfine
di farti mia, verr a bagnarmi il cuore
un flutto azzurro, e all'alba come un giglio
incontro mi verrai, lunghesso il mare."
Tarda era l'ora, e grave di dolcezza:
un po' d'oro si sparse sulle cime,
e s'inarc la falce della luna.
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LA GROTTA DEL CANE.
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Salita era la luna sul Gargano,
quando il pastore si butt sul diaccio:
s'addorm stanco, e in sogno aprirsi vide
la prealba col giglio bianco al mare.
Nell'incerto chiarore, fra le macchie
ricomparvero i tre cavalleggieri,
cauti nel passo, con negli occhi il fuoco:
di l dalle macere e dai cancelli,
aggiaccate dormivano le vacche
nell'erba folta come bianche pezze,
sotto le stelle. Con felino balzo
l nel parco tapparono i sonagli,
i cani abbeverarono e le bestie,
e queste seco trassero, mansuete
come pecore. Solo un pipistrello
batt le penne, e tutto fu silenzio.
Quando i galli cantarono l'aurora,
il fido cane, scosso il beveraggio,
si diede ad abbaiare sugli aperti
cancelli, qua e l fiutando l'erba
premuta, vuota. Dal pi dolce filtro
d'amore ammaliato, ancor sognava
il giovine padrone; e sulle zampe
alzandosi e leccandogli le mani,
con teneri belati il cane alfine
lo ridest dal sonno all'angosciosa
pena. Coi cani e coi compagni intorno
si fece egli a scovrire fra gli sterpi
la vera pesta. Con selvaggio grido
fu scoverta, e inforcato il suo cavallo,
seguito dal suo fido cane, solo
solo s'avventur su per gli anfratti,
su per le valli e le caverne ombrose
del Gargano. Gli spini dei roveti,
gli aghi delle ramaglie nella corsa
pazza gli laceraron vesti e carni:
poi rallent cercando a destra a manca,
e a rintracciare l'orme gi discese
da cavallo. Nell'aria un fischio acuto
sibil qual saetta, e un laccio cadde
dai rami ad avvinghiarlo nella vita:
fermo stette, e robuste braccia addosso
gli furono per trarlo nella grotta.
Come legato fu contro la roccia,
il pi giovin la maschera si tolse,
gridando roco: "Guardami negli occhi:
questo ti d per la tua bella bruna",
e il suo pugnale gli scagli nel petto.
Venne la notte fonda, e rocce e grotte
avvilupp nel funebre mantello.
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IL PIANTO NEL BOSCO.
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Il cane venne gi dalla montagna
alle basse caselle il giorno dopo:
di sangue asperso, ansante sulla soglia
s'abbatt: sotto il fianco era ferito.
Il fior d'oliva che, di bruno, bianco
s'era fatto in un giorno, con le lievi
mani ne raddolc la piaga atroce:
oh avessero potuto quelle mani
altra piaga pi cara raddolcire!
Si riebbe la bestia, ed Oliveta,
mentre nelle sbiancate fauci il cibo
versava e l'acqua, l'arruffato pelo
lisciandogli, cos diceva: "A casa
or te ne sei venuto, a casa, senza
il tuo padrone! E tu con lui partito
eri al suo fianco, e mai dovuto avresti
abbandonarlo! Seco egli ti prese
per compiere la giusta sua vendetta,
e solo lo lasciasti nel periglio,
solo fra i suoi nemici, tu che fido
a lui eri su tutti! Abbandonato
alle iene tu l'hai, n dirmi sai
se vivo o morto!" Lagrime roventi
facevano pi calda la carezza;
ed ecco che d'un tratto, alfine scosso,
il cane s'alza, fiuta fruga sbruffa,
si rizza contro l'uscio chiuso, raspa
raspa e di fuori balza, a s chiamando
con disperati gemiti. Fu un urlo
la risposta degli uomini, e via dietro
alle sue peste, in corsa, alla diritta
meta della montagna. Se di troppo
avanza, il cane torna sui suoi passi,
e trafelato abbaia; appena in vista
dei compagni, su via, con nuovo balzo,
fra le macchie. Oliveta sale anch'essa,
e piange. Una selvatica colomba,
di cima in cima, l'accompagna a volo:
ode il pianto e all'acacie lo rinarra,
all'oscillanti e mormoranti vette
del bosco, e il pianto reca pi su alto,
nei bei cieli. Or sfinito dallo sforzo,
si ferma il cane avanti a una caverna;
si fa silenzio, e un corpo ancora vivo
legato appare come un crocifisso:
di rosso intriso, sta il pugnale, a terra.
Vien tratto nella luce del meriggio
il corpo quasi preda della morte,
e, sovra l'innocente sangue, il fido
di schianto cade al fondo della grotta.
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L'OLIVETA.
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A una vicina verdeggiante quercia
furon tagliate le fronzute braccia,
e un'arborea lettiga accolse il peso
del corpo esangue. Gi per le vallette
odorose d'origano e di timo,
con passo grave ressero i pastori
il lor compagno, deponendo il carco,
a volte, negli spiazzi dove il sole
formava le sue belle conche d'oro:
oh se scaldarsi al sole, l, potesse
la faccia del morente! Andava cauto
il lugubre convoglio negli sbalzi
del tortuoso sentiero fra le rocce;
dopo lungo cammino, all'orizzonte
apparve tinta dell'occiduo sole
la selva degli olivi. E pure rogge
eran le basse case nel tramonto:
attendeva sull'uscio, a braccia aperte,
il vecchio, e si butt per terra, quando,
portata a spalla, giunse la barella
di foglie con disopra il corpo esangue.
E la faccia di cera a poco a poco
si color di vita al dolce soffio
che gli alit Oliveta. La stagione
non tard che le vacche, ritrovate,
in festa ridiscesero alla mandria
gi deserta: conobbe di ciascuna
il campano e il muggito, e al cielo rese
grazia il vigile infermo. Venne maggio,
e le bestie col muso fra le sbarre
attendevan nell'afa stagna il gesto
che le sciogliesse. E come per la strada
scampanell una torma trasmigrante,
diede voce l'infermo: "Oh, Bernardo,
oh, venite, e statemi a sentire!
Tu e Samuele siete d'Acquafredda,
e oltrepassar dovete le Terrare,
dove sono le case coi miei vecchi
or prendetevi pure le mie vacche
insieme con le vostre, e le guidate
alle mie stalle, ch qui non le posso
pi mantenere! E dite al padre mio,
dite alla madre: Gildo s' rimaso
in Puglia, all'Oliveta, ch alla festa
di San Giovanni sposa la padrona.
E abbiate cura dei vitelli! Addio
Bernardo, addio Samuele!" Dagli aperti
ripari scivolarono le groppe,
e presero il tratturo dell'Abruzzo,
dondolando i campani lungo il mare.
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L'ARATRO.
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La pioggia, nella notte, con la fresca
onda lavato aveva e cielo e terra,
e spento il fuoco, come sangue rosso,
che l'uomo contro l'uomo, gareggiando
implacabil col fulmine celeste,
aveva acceso per la strage; e, sorto
nell'aria tersa, il sole del mattino
riscaldava la terra. Su, dal fango,
ad ora tarda, forme non pi umane
destaronsi, e l'orecchio rintronato
dalla mitraglia il canto degli uccelli
avvert dolce nel silenzio, e l'occhio
rabbuiato dal fumo il cielo azzurro
avidamente bevve. Or nella tregua
dal dio concessa, un primo legionario
si sporse ai campi, e, fattosi solecchio,
poco di l distante scorse, umana
forma, un vegliardo che le zolle sfatte
lentamente affettava con l'aratro
dalla ricurva pertica di legno,
e dall'enorme stiva. Rimboccato,
e come un monticello, alla crociera,
torreggiava un bel sacco di frumento.
"Un aratore in mezzo alla battaglia!"
Gli s'empirono gli occhi al legionario,
e accarezz con l'umido suo sguardo
l'uomo e l'opra, e subito dinanzi
un altro vecchio vide in una casa
remota, che un eguale aratro appeso
teneva al muro, religiosamente.
Era l'ottobre, buono a seminare:
ma lungi, nella Puglia, a casa il vecchio
padre languiva quasi inerte, invano
dal suo lettuccio incontro alla parete
supplicando l'aratro che la grazia
facesse d'aspettare. Aveva anch'esso,
il bravo timonello, l'incurvata
pertica d'olmo e la polita stiva,
la stiva che sapea la di lui ferma
mano, quella del padre e quella pure
dell'avo. Antico legno ma indurito,
che a digrossar le glebe nessun altro
eguagliava. E pregando cos il vecchio
l'ammoniva: "Imporcare sol mi resta,
ed  gi pronta la sementa: dunque
aspetta! Che se ritto sui ginocchi
non potr stare in campo, la speranza
mi dice che verr, verr dall'altro
campo (e rabbrividiva) il mio ragazzo
a compier la fatica; che ogni tempo
a seminare  buono: come l'anno
che grano e neve si mesc a Natale,
e per la neve venne qual pannocchia
poi la spiga." E rideva vaneggiando
l'infermo, con lo sguardo fisso all'uscio
e all'aratro sospeso. Nella stalla,
a fianco, sempre pi sbruffava, ansando
e zappando, il cavallo; e una pia mano
in fuori alfin lo trasse, perch fosse
men faticoso il transito al padrone.
Di tra il fuoco e l'assalto il volontario
fu richiamato a casa: gli batteva
tintinnando la sacca contro il fianco,
ma trov l'uscio chiuso. All'affannosa
sua voce non rispose neppur l'eco:
vuote le stanze, spento il focolare,
deserto lo strapunto. Alla parete
sol vivente, in attesa, era l'aratro
dall'inclinata pertica di legno
e dalla liscia stiva. In un cantuccio
v'era anche un sacco pieno di frumento.
E il ragazzone pianse: tutto, tutto
aveva pronto ormai l'infaticato
vecchietto! Quante volte sull'aratro
curvo and nel maggese e nella stoppia,
e al tempo della semina? E il soldato
l'altro vegliardo ricord che arava,
alla sua opra tutto intento, in mezzo
alla battaglia: sotto il mite sole
lentamente col vomere affettava
le zolle spappolate dalla pioggia
la notte avanti, al tuono delle nubi
e del cannone. E, aperta la sacchetta,
nelle giberne vuote di cartucce
il piccol pugno ritrov del seme,
il pugno d'oro che donato il vecchio
(o quale vecchio?) aveva al combattente,
nell'atto dell'addio. Mentre da mano
a mano i chicchi scivolar faceva,
fu scosso con un balzo da un nitrito.
Nuovo squillo gli parve quello, nuova
diana, ma non pi di guerra: al cuore
ei sent un'onda calda. Solo il pugno
d'oro tenne, e qual lievito nel sacco
lo mescol della sementa, e l'armi
seppell con le vesti. Gi dal muro
tolse l'aratro, e, avvintolo al giumento,
nel terreno l'immerse. Nell'andare,
la guazza gocciolavan le ramaglie,
piangevan dolci lagrime i suoi occhi.
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LA CAPINERA.
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Traspirano ancor tepide le soglie
dopo che il violento sol d'agosto
ha incendiato l'aria, e col respiro
dello zefiro il vespro gi trascorre
sui davanzali adorni di cedrina
basilico e gerani. Il bel pianeta
di Venere s'avviva fra i languori
del crepuscolo, e mentre nella strada
la vita si risveglia dall'inerzia
delle lunghe ore d'afa, a una finestra
d'oriente dischiude le vetrate
la capinera. Sulla nivea fronte
in due bande la sua capigliatura
bruna  divisa, e un orlo l'arrotonda
sulla nuca. S'affaccia, e il mosso soffio
fa palpitare il velo che le covre
il delicato seno; e sosta e intorno
rimira e in alto, e sogna: fatta sera,
le luminarie accendono i primi astri
sulle balze azzurrissime del cielo.
Ormai la sera nella notte sfuma,
e a me non giunge che la sola voce
della mia capinera: voce chiara
percorsa a volte, come placida acqua,
da una tremula vena; voce calda
che in s riflette il battito leggero
delle ciglia degli astri, nei profondi
gorghi del cielo. La stellare voce
a me nella terrestre ombra discende,
e l'armonia di brevi note in cuore
le gocciole dolcissime mi versa
del suo balsamo. Navigano in alto
le stelle e gi s'inarca da ponente
la falce della luna col suo fresco
latte scialbando l'aria, nuovi succhi
stillando nelle cellule dell'erbe;
e deserta  la strada, e quasi buia
nel silenzio. Vanisce alfin la voce
a notte alta, e, richiusa la finestra,
vi si rifrange il raggio delle stelle.
Dalla montagna avvolta di viola
or l'alba spaziando vince l'ombra,
e il sole l'alba, di corrusco lume
la pianura inondando e orti e campi,
e presto un raggio scende alla finestra
volta a oriente. Un trillo insinua dentro
il sole, qualche scricciolo col becco
i vetri batte, e cinguettando chiama
la bella dalle scure chiome; ed ecco
s'aprono le vetrate e al sol s'affaccia
la capinera. Luce all'aria aperta
la ben composta sua capigliatura
sulle guance di rosa gi soffuse,
pi bianca  l'ala morbida del braccio,
e pi anelante di segreta ebrezza
il delicato seno. Con gli occhi erra
nell'aria, dietro i passeri giulivi,
e poi in terra, su me, riposa assorta
il suo sguardo: impazzito dalla gioia,
la bocca serro a contenere il grido.
E dai fanali azzurri delle stelle
l'amoroso ed ombratile colloquio
si rintesse cos alla luce d'oro
del mattino. La gaia capinera
agli astri canta, ai passeri alla luna
al sole, ma per me, per me soltanto
canta, per me s'affaccia. Dal balcone,
poco lungi, contemplo gli occhi erranti,
in estasi rapito, e mi serpeggia
un guizzo per le reni: vento in corsa
che da giardino rechi odor di rose
oh non d tal piacere! E a lei rivolgo
alfin la mia parola: "O capinera,
gi molto tempo avuta t'ho vicina,
e solo adesso, a me d'intorno, avverto
il tuo bel canto! Oh come, come dolce
sarebbe insieme fondere la nostra
voce, e varcare verso l'infinito!
Avuta t'ho vicina e mesi e anni,
ed ora il cuor mi geme:  tardi,  tardi!"
Passa l'agosto, la stagione cede
e il tempo cangia: brontolan le nubi,
taglia uno spruzzo d'acqua. Il capo sporge,
e sull'ardenti palpebre abbassate
quasi falde di neve turbinare
sente la creatura. Vien l'autunno,
a lungo piove, e, chiuse le vetrate,
la passeretta ormai pi non s'affaccia
agli umidi fanali delle stelle,
o alla nebbiosa luce del mattino,
e il cuore mi si gonfia: "O capinera,
o dolce capinera, ov' il tuo canto?
 vero, il malioso tuo richiamo
accogliere non seppi, e stolto dissi:
 tardi. E avrei con te varcato verso
l'infinito!... Ingialliscono le foglie,
e un singhiozzo la gola m'attanaglia:
forse, per colti e pascoli, ben lungi
ora t'ha seco attratta la calandra,
con la tastiera piena di bei flauti."
...
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...
I COLONI.
...
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...
Era l'ultima cena del colono:
partir doveva il giorno dopo, all'alba,
con gente ignota a fecondar le terre
d'oltremare. Il richiamo della patria
era stato uno squillo pel suo cuore,
e pronto si sent, d'un balzo, in piedi;
e pronti vide qua e l compagni,
in un lampo degli occhi: non si dissero
parole. Usciti fuori dai casali,
confusi si sarebbero con gli altri
del pian, della montagna: scarsa gente
prima, in tenui rigagnoli; poi fiume,
scuro fiume di forza, sacrificio,
amore; con la febbre dentro i polsi,
un nome sulle labbra: Italia, Italia;
e non pi gli uni agli altri ignoti, estranei;
ma compagni, fratelli! Per lor quattro,
vicini di contrada, era segnale
di partenza la stella mattutina,
che rossa annunzia l'alba sul Gargano.
Come quei quattro suoi compagni, bove
da fatica, non possedeva terra:
neppure un campicello per piantarci,
in fila, erbe o lattughe, o starci solo
steso, da morto. E gli piangeva il cuore.
Eppur sudato aveva: con la zappa,
che gli era piuma nelle mani, l'aria
fendeva e mescolava con la zolla;
col piccone, che dentro i pugni gli era
martello, dai ferrigni strati in schegge
balzar faceva e in polvere la crosta;
con l'aratro qual anfora alle dita,
lungo i campi non suoi giva cantando,
e la zolla a lui sotto si sfaceva
pi morbida che seta. E ognor la zappa,
il piccone, l'aratro nel pi buio
angolo della stanza custodiva:
sacre e pacifiche armi, sue soltanto,
unica sua ricchezza, che nell'ombra
davano agli occhi strano luccichio.
Il colono era all'ultima sua cena:
partir doveva al sorgere dell'alba,
e aveva intorno al desco i rondinotti
e la moglie gi piena. E contemplava
i bei riccioli sotto il lume biondi
e l'aperte boccucce. Oh non pagliuzze,
fuscelli, magre briciole; ben altra
grazia volevan quelle rosee labbra,
quegli aguzzi dentini! Fatto il segno
sulla fronte, lev, baciando, il pane:
a tutti, gli occhi empironsi di luce.
Sparve la tonda forma in tante fette
di fumante pancotto, bianco come
giuncata tra le felci, ed egli grave
dall'ampolla vers di sovra l'olio,
rifacendo la croce con un filo,
un filo d'oro. Pi indugi la mano,
e ancor non tocca quella croce d'oro
rimase impressa sul rappreso latte,
come sulla tovaglia dell'altare.
Trangugi due bocconi il contadino:
voleva si sfamassero la madre
e i tre marmocchi. L nel blando lume
le lor boccucce vide a mano a mano
empirsi, e poi rischiudersi gi vinte
dal sonno, e ripiegare come fiori
sullo stelo. Pens che quella fosse
l'ultima volta, e grossi lucciconi,
in un inconscio tremito, dagli occhi
rotolarono gi: pens la morte,
e s'aggrapp alla tacita sua donna,
e risent, nel tocco, il ventre pieno,
il ventre gonfio della nuova vita,
dal proprio sangue scorsa. Ah troppo caldo
era quel flutto, troppo densa quella
onda d'amore: non dovea passare,
morire! Ed alla terra, finalmente,
avvincer, nel domani, quella forza
egli doveva: a un campo tutto suo,
l sotto l'azzurrissimo suo cielo!
L'improvviso richiamo della patria
era stato uno squillo pel suo cuore:
ora non pi avventizio contadino,
in cerca di lavoro mane e sera,
e di mercede, ma colono in terra
d'oltremare; e al ritorno, nella Puglia,
non pi, non pi lavoratore vile
esser doveva, estraneo al dolce frutto
della fatica: dentro il pugno, alfine
sue sentiva le spighe che bagnate
avrebbe il suo sudore. E con la febbre
nei polsi e sulle labbra un none solo,
rimise a uno a uno i figli a letto,
e quel nome nel bacio impresse loro
sulla fronte, e sul seno quindi tenne
soave della donna il capo, a lungo;
e, pel riposo stretti dentro i sacchi
i suoi strumenti, attese. I grilli, rochi,
diedero il loro addio alla notte: a monte
la rossa stella annunziava l'alba.
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IL NONNO.
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Alla memoria di mio nonno, Angelo Fraccacreta.
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Or l'ala della morte era discesa,
e lenta digradando fra i pilastri
e pei cortili e gli atrii della casa,
s'era ferma; una cella aveva scelta
di quelle mura, interna: semplice arca
dalle pareti nude, e con al mezzo
un letto, e sovra il letto, agonizzante
nella sera, un vegliardo bianco come
il suo lenzuolo. L'ala s'era ferma:
scelta aveva la camera pi angusta,
il cuor pi grande. Ed era bello in viso
ancora, e pio e dolce, e verso i cieli
s'allontanava al murmure sommesso
delle preci. Poi l'ala bruna, chiusi
gli occhi, le litanie nel pianto ruppe,
nei singhiozzi le preci, e via di foschi
veli ammant pareti logge e porte;
e via nell'aria gelida, di chiesa
in chiesa, per le strade e le campagne
gem col tocco querulo dell'alba.
Era una livida alba di gennaio,
al tempo esatto che gli aratri vanno
a rompere i maggesi. Quante volte
da giovine, da vecchio aveva dato
ai gioghi delle carovane il segno
il gran coltivatore? Tutto al bene
volto, dai corpi la sua medica arte
torse a sanar le piaghe della terra,
e (tre fratelli assidui aveva a fianco)
dall'acquastrino dove s'aggiaccava
il bufalo su su per l'irta macchia
del lentisco, le pingui spighe trasse
dei seminati, in morbide fluenti
capellature a onde d'oro i campi
avvolgendo; e alle ciurme di le spighe,
diede agli uomini il pane. Risanato
aveva terre e corpi, in pi che dieci
lustri, il dissodatore della piana
del Tavoliere, e ancora, lui morente,
mossero i gioghi a rompere i maggesi.
Nell'aspra bruma corse, veloce onda,
l'annuncio gi per gli oliveti grigi,
gi per le vigne spoglie alle mezzane
d'erba, alle terre tutte ove stampato
era il suo piede, e all'orizzonte impressa
la ieratica sua figura. Il cocchio
ivi fermo, ogni d l'arate zolle,
i pascolanti armenti i tralci i rami,
in silenzio osservando, interrogava;
e, pi, gli uomini cui volgeva gli occhi
buoni, il paterno gesto. Ed oltre i suoi
dominii risal la veloce onda;
ovunque, dalla piana fino al monte,
funebre ripet l'eco: Egli  morto!
Ed il campano al collo della mucca,
blandita dalla sua carezza, triste
suon nell'aer triste; ed ogni mano,
tocca dalla benefica sua mano,
fiori per via, s'illumin d'un cero
a rischiarar la veglia di quel morto.
Riflu l'onda, e veemente il flutto
ribatt contro l'abbrunate porte
del palazzo, e si fece, gi l'androne,
su per le scale, coro canto. In sonno
destati fummo, a notte, da una parte,
dall'altra, grandi e piccoli: la nuova
fiorita di quell'albero eravamo,
e tu, sorella, eri la pi piccina,
ed egli, il patriarca, ti cullava
sulle ginocchia. Ed io, ch'ero d'un lustro,
ho di quel dolce volto, appena appena,
di quella mano candida il ricordo;
ma di quel nero che covriva intorno
atrii e pilastri all'alba di gennaio,
o fratelli, e di tutta quella scura
gente fra cui, su cui pass la bara
(era al cuor venerando come un'ara
augusta, e ai familiari in sulla spalla
si leggera!), campassi ancor cent'anni,
sempre avr la vertigine negli occhi.
Ormai tant'anni son trascorsi, e il bene
ancor frondeggia e suona la memoria;
e noi siam grandi, come grandi sono
i cipressi che dondolano avanti
l'altare, ove tu giusto, o nonno, posi
tra musiche di foglie. Oh non invano
passasti sulla terra; non invano
or forse noi, da te nati, passiamo
con gli altri, quivi o altrove, ridiscesi
di ramo in ramo. Dentro la tua arca,
come gi un tempo nell'avita casa,
composti in pace dormono i tuoi figli,
e un lume nella notte  questa tomba,
un porto. Qui verremo. E qui una sera
di marzo, fra il crosciar dell'acqua, venne,
come da un pelago, una creatura,
e sovra gli occhi belli il freddo marmo
si richiuse. Nereggiano i cipressi
con i vertici d'oro nel tramonto:
all'ombra effusa, o padre, tu ci attendi.
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IL LAGO.
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O lago azzurro, o cielo capovolto
nel cui gorgo si specchiano le rive
sparse di case e ville, e taciturni
si rovesciano i boschi, e vetta contro
vetta tendono al bacio le colline;
o mar bluastro accolto dentro il seno
della terra, ove brilla con le scaglie
d'oro del sole eterna primavera;
o cerula pupilla alla cui aperta
iride quasi ignota  la tempesta;
occhiglauca sorgente, alla tua linfa
l'anima si disseta, e il nero sperde
incubo delle notti tristi, e sovra
il giallo mucchio delle foglie morte
riattinge i rosei culmini del sogno!
E la magnolia profumava ancora
del suo alito caldo le tue piagge,
e l'azalea all'intorno le covriva
del suo manto di porpora, o bel lago,
quando l'attesa creatura apparve
presso la tua riviera. Aveva il capo
troppo peso di folte chiome bionde
e di pensieri occulti, e bianca in viso
e nelle mani un giglio delicato
pareva, con un velo di tristezza
nell'aureola d'oro. E negli orecchi
aveva ancor lo scoppio di lontani
tumulti, l'eco d'assordanti strida,
e nell'anima anela di quiete
ella aveva la nostalgia del sole.
Al vivo scintillio delle tue acque,
s'illuminaron l'iridi perdute,
e la pupilla umana si confuse
con la terrestre; e l'aureola fulva
dei capelli bagnata dalla luce
schiar, si fece eterea; e alla carezza
della tua aura, o lago, nell'oppresso
petto fresca onda riflu di vita,
e, un aroma ineffabile dal seno
traspirando, la carne come un frutto
opulento divenne; e sulla bocca
dalle sottili labbra, di novello
succo gonfie, fior la meraviglia
del mondo, e la parola in brevi note
d'estasi come musica si sperse.
Sovrana creatura, tu ben lungi
da te sentisti gli uomini feroci,
e la citt rumoreggiante, e l'urto
della folla: non pi che brulichio
di vermi a pi dell'albero alla cui
vetta bevevi il canto delle foglie,
la melodia dei venti; tu ben lungi
sentisti l'uom pulsante di corazza
il cuor fasciato, nel veloce rombo
dell'ali ferree: poco pi che vano
ronzio d'api nel cielo alla cui onda
cerula tu bevevi il gran silenzio
dell'alte solitudini: in remota
oasi d'acqua e luce, tu attingevi
con le pupille i culmini del sogno.
E la parola senza suono errava
sulle tue labbra, il seno di respiro
profondo, di repressa o contenuta
gioia colmando: gioia ch'era lume
negli occhi, volont abolita, molle
inerzia nelle membra, ma non era
ancora, sulla bocca, canto. Ed io
improvvisa ti vidi a me venire
dalla mia adolescenza solitaria,
col volto, coi capelli, con la mano
di colei che fu il sogno della mia
vita segreta per tant'anni, sogno
deluso, che da allora nelle vene
mi circola tutt'oggi come un pianto
della prima innocenza gi perduta.
E tu che il primo amore custodivi
nella tua carne come una ferita,
al lume del crepuscolo, nell'ombra
della stanza solcata dalle accese
stelle, curvasti il capo, ed io scovrii
di tra le folte ciocche la tua bianca
nuca, come si scovre tra le fronde
alba di luce; e lenta abbandonasti
nelle mie le tue mani, ed io le vidi
quali gigli di neve a me venire,
salienti da un pozzo d'acqua azzurra;
e l'una e l'altra calde le sentii
d'intensa vita, e scosse fra non lunghe
pause come da un tremito leggero;
e belle e pure le esaltai nel canto.
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LE TUE MANI.
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O mani lievi come lievi piume,
legate appena a gracili di bimba
polsi, e s nivee che se ne discovre
l'sile trama
azzurra delle vene; o ben curate
mani dall'unghie cui lo smalto rosso
tinge s che rappreso pare il folle
ardor del sangue;
o delicate mani, o fiori espressi
da un solo fiore, il vivo stelo dalla
corolla d'oro; o mani che profumo
acre di selva
bagna, di gemme lagrime soavi
in cuor stillando: o care mani, tutta
l'intima vostra vita voi lasciaste
nelle mie mani!
E di tal vita in un tepore strano
sentii l'ebrezza: vi scoteva un breve
fremito a quando a quando, e belle e nude
io vi sfiorai,
cos errando alla luce violenta
del sole; e all'ombra della prima sera,
trepide e pure, e al lume delle stelle
io vi baciai;
e in chiesa, avvolte dentro bruni veli
come due gigli agonizzanti, sotto
celesti musiche, umili e pie mani,
io v'adorai.
Dentro noi nulla, nulla s' distrutto!
Fresca per questa nostra grande sete
di tenerezza, vedi, or nuova fonte
cerula s'apre;
e tu, mio fiore, o vivo stelo dalla
corolla d'oro, asperso di rugiada,
nel mio silenzio, il soffio tuo leggero
mi soffierai.
Cos al tuo fianco, solo, o umano fiore,
parole eterne io ti dir, tenendo
strette, foglie dolcissime, le tue
nelle mie mani.
Col ruscellante tremolio degli astri
la notte navigando si specchiava
nelle tue acque, o lago, e le riviere
colme di suoni e canti eran trapunte
di fuochi a sprazzi, quando nell'ondosa
barca noi c'immergemmo. Con gli alati
remi all'opposta riva il barcaiuolo
in un antro ci spinse tutto luci
fra i verdeggianti pampini, ove il dolce
succo dei colli dal cristallo terso
col dentro le nostre bocche, gli occhi
esilarando e il cuore. Discendemmo
ancor nell'acqua tremula di solchi
argentei, e tu vedesti un cielo in terra
fra i rugiadosi crini delle stelle.
E la brezza rapiva in una scia
d'effluvi le tue ciocche piene d'ombra
e di mistero; e all'abbandono lento
del bellissimo corpo, la tua bocca,
le labbra aperte al bacio, a sorso a sorso
bevve il soave fiotto: naufragate
l'iridi in fondo alle notturne ciglia,
sole guizzaron forte l'erte punte,
fragole colme, del tornito seno,
nel cavo della mano. E alla mia voce
dall'abisso rispose alfin la tua
voce ricca di sogni e melodie;
e come si congiungon gli astri in grembo
ai cieli e all'acque, o donna eletta, unita
a me tu sei pei vertici del canto.
...
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...
IL TUO CUOR CANTAVA.
...
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...
Il tuo cuor cantava,
e fu questa la poesia:
"O fiore, fiore, o fiore umano!",
ed io ascoltavo.
Veniva dal fondo dell'essere
l'invocazione giammai udita.
Per te solo io rinascer mi sentii
pianta, pianta di fresco rifiorita;
fra gli artigli del tempo
linfa traendo e vita,
io attinsi le rive del sogno
splendente e calmo della primavera,
della stagione eterna
che dorme per risorger pi possente;
e come un gran silenzioso giglio
io fui novella, io mi rifeci bella.
La tua voce nell'ombra errava sola,
sull'acque errava, errava nella notte,
sull'azzurro insondabile del lago,
nel fluttuante azzurro dei miei occhi.
La tua voce avvolgevasi in spire
attorno al mio languido stelo,
intessendomi un manto d'astri
pi vibrante che il manto del cielo.
La tua voce, poeta, supplicava
tenera, in un inebriante soffio:
anelito profondo
dell'anima tua grande, nuda e forte.
...
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...
EPODO.
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...
A Evandro.
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Il giovine, svegliatosi sull'alba,
con i suoi occhi freschi all'orizzonte
dell'umile pianura vide alzarsi
dalla madia dei campi come un sole
il nuovo Pane, e sciolse a gola piena
il pi bel canto. In accresciuto coro,
le nenie il grido il lagno le vittorie
della sua gente millenaria in petto
riecheggiare sent, rapsodo errante
in giro per contrade case e stalle;
e pianse all'onda del dolor umano
con la flebile trenodia dei flauti,
e qual celeste allodola di gioia
trill alla cerula onda del frumento,
e il cantore egli fu della sua terra.
Pensoso amico, o musico del verso,
l'allodola sovrana, la calandra
che canta nei pi alti cieli e canta
sulla pi bassa zolla della terra,
il mio paese dall'ardente piana
regna, e con la deserta sua dolcezza
l'anima a lungo tenne. Alla riviera
frentana cui ricovrono l'acacie
e i pergolati d'uva e in cui s'insinua
bacile d'oro il mare; alla riviera
odorosa di menta e rosmarino
l'ospite amico tu novellamente
inviti: "Sulla costa ove s'increspa
da greco il mar bluastro e dove eccelse
acacie, le pi vecchie, i profumati
lor grappoli rimbiancano nel maggio,
fa sosta l'usignuolo. Gli risponde
un altro da levante, e un altro in giro
da ostro, e un altro ancora da libeccio,
ovunque negli ombracoli sorrida
l'alba del sole o della luna. Al divo
canto d'un solo appena di cotali
mastri di melodia, si schiude il sogno
e il cuor v'annega, come annega l'astro
che lento nel notturno mar declina."
Poeta Evandro, il giovine tuo amico
la voce ud del piccol sognatore
or  gran tempo, e il tenero ruscello
gli mormora ancor dentro. Al novel tempo
dei tepidi favoni, quando al mare
risaliran le Pleiadi, e alla costa
tua silvana gl'incensi dell'acacie,
egli verr ad abbeverarsi al rivo
dei sogni. Rabescati il mare il cielo
vedremo da una cupola di foglie;
e come sgorgheran le prime note,
col cuor sospeso al variar dei toni
attento tu sarai, come sei ai modi
dell'acqua casta: il grido dell'amore
bagner l'aria al sorgere dell'alba,
l'incanto della pace i bei silenzi
della sera. Una culla favolosa
di vita intensa  il nido, e dei pi saldi
affetti scuola, e del pi alto canto,
e l'usignuolo  il mastro. Ascolterai
tu per tradurne l'ineffabil senso
entro il tuo verso. Nell'alcionia calma
io sogner, e il gorgheggiar sublime
mi sveglier nel cuore con mille echi
le canzoni dell'apula mia gente.
...
.
...
FINE.